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domenica 15 agosto 2021

Ancora sul teleriscaldamento a Bergamo


Tempo fa una mia lettera inviata a L’Eco di Bergamo inerente al progetto del teleriscaldamento che riguarda la città di Bergamo trovò l’immediata risposta dell’ufficio stampa di a2a. La mia controreplica, scopro ora, non trovò più spazio. La ripropongo adesso con parecchio ritardo, sperando però che possa contribuire alla discussione nel merito. 


Gentile direttore, 
in merito alla replica alla mia lettera da parte dell’ufficio stampa di a2a pubblicata mercoledì 4 dicembre, vorrei condividere con i lettori de L'Eco di Bergamo alcune considerazioni finali. Aldilà della questione della resa energetica, la cui percentuale, rispetto a quanto da me scritto, viene aumentata dal 25-26% al 63% grazie al “trucco” del Climate Correction Factor (restando però inferiori a quel 70% richiesto dalla direttiva dell’Unione Europea del 2008), a me basta trovar finalmente ammesso e  scritto, nero su bianco, che un inceneritore produce rifiuti (perché fino a ieri tutto sembrava sparire magicamente nel nulla...). E se produce rifiuti, un inceneritore non ha alcun diritto di stare in un discorso di economia circolare. L’obiettivo dell’economia circolare non è quello di ridurre al minimo il flusso di materiali (dalla culla alla tomba), cioè produrre “solo” un 15% di rifiuti da smaltire in miniere di sale in Germania, ma è quello di generare "metabolismi" ciclici (dalla culla alla culla) che consentano ai materiali di mantenere il loro status di risorse. In tantissimi comuni italiani, con una serie di pratiche virtuose e grazie anche all'adozione della tariffa puntuale, ottenere un 10% di secco residuo è quasi "un gioco da ragazzi".
Certo, oggi esistono ancora prodotti non riciclabili e quindi da destinare all’incenerimento. Ma il futuro, in una prospettiva di vera economia circolare, è quello in cui "niente non è riciclabile”. Occorre pertanto lavorare per realizzare una sinergia tra sistema ecologico e sistema economico: migliorare il design, escludere dalla produzione prodotti non riciclabili e fornire supporto alla merce realizzata con contenuti minimi di riciclato, proprio come ci dice di fare l’Unione Europea.  
Rinnovo quindi ai lettori la mia domanda: perché investire dieci milioni di euro nella direzione opposta a quella in cui sta andando il nostro futuro? 
Per quanto riguarda poi la questione sanitaria, sono “certissimo” che le emissioni siano tutte a norma... vero è anche però che la letteratura medica segnala circa un centinaio di lavori scientifici, a testimonianza dell’interesse che l’argomento riveste: numerosi tra questi hanno confermato la relazione fra sviluppo di alcuni tipi di cancro e la prossimità agli impianti di incenerimento.

Giorgio Elitropi
Associazione 5R Zero

mercoledì 23 giugno 2021

Verso la vera transizione ecologica




In Giappone hanno realizzato dei mattoni da utilizzare in edilizia partendo da scarti alimentari! Altro che bruciare plastica, pneumatici e gomma per fare il cemento… Queste sono le cose che ci piacerebbe vedere quando si parla di transizione ecologica…

Per maggiori informazioni, leggete qui



giovedì 27 giugno 2019

"Rifiuti? Basta fare come nel Nord Europa!" La solita balla...



"Dobbiamo fare come i Paesi del Nord che recuperano l'energia bruciando i rifiuti nei termovalorizzatori". Ditemi quando non avete letto o sentito questa frase almeno una volta negli ultimi tempi. Ecco, se però vai a vedere bene la situazione di Danimarca e Svezia (i Paesi portati ad esempio dai paladini della "termovalorizzazione"), ti accorgi che non è proprio tutto rosa e fiori.
Questi Paesi, come dice bene Vignaroli, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, hanno un alto senso civico diffuso tra i cittadini (nessuno si sognerebbe di prendere il proprio sacchetto di rifiuti "indifferenziato" e lasciarlo in un cestino pubblico), fanno bene la raccolta differenziata, hanno laboratori per riparare oggetti rotti, ma... Ma si sono legati mani e piedi ad un sistema, quello del teleriscaldamento, che necessita di materia da bruciare. E allora, senza addentrarci in pruriginosi discorsi sulla salute (leggi diossine, metalli pesanti e nanoparticelle), ti accorgi che questo sistema è come un cane che si morde la coda: da una parte, le direttive europee danno una scala gerarchica su come gestire i rifiuti e dicono chiaramente, nero su bianco, che è economicamente più vantaggioso recuperare e riutilizzare la materia anziché incenerirla, grazie ad un semplice rapporto di resa energetica; dall'altra gli inceneritori hanno bisogno di materia da bruciare e sono costretti ad importarla..
E allora capisci perché Danimarca e Svezia hanno percentuali di raccolta differenziata immobili. Invece la Slovenia, che ha deciso di non fare un inceneritore, lavorando sulla strategia Rifiuti Zero, in brevissimo tempo sta scalando la classifica degli Stati con la più alta percentuale di raccolta differenziata.
Vogliamo guardare a casa nostra? A Treviso non hanno l'inceneritore e fanno la Tariffa Puntuale: 85% di Raccolta Differenziata. A Trieste, hanno l'inceneritore e dei bellissimi cassonetti sparsi per le strade: la Raccolta Differenziata arriva a malapena al 40%. Voi quale modello scegliereste se vi poneste lo scopo di fare un'alta percentuale di Raccolta Differenziata?
Ah, qualche giorno fa ho scritto che per fare un inceneritore "ci vogliono 6 anni". Mi sono sbagliato. Ce ne vogliono dagli 8 ai 10. E a questi, occorre aggiungerne 30, che sono gli anni necessari per ammortizzare i costi di realizzazione (che possono essere anche di 700 milioni se voglio bruciare ogni anno 500 mila tonnellate di rifiuti).
Quante cose si potrebbero fare in questi 30 anni? E quanto fa 700 milioni per ogni provincia che ancora non ha un inceneritore?

Giorgio Elìtropi

domenica 8 luglio 2018

I rifiuti sono una risorsa preziosa!



I rifiuti sono una risorsa preziosa. Ce lo dice l'Europa! Verso una vera economia circolare 💪
#RifiutiZero #5RZeroSprechi

lunedì 16 ottobre 2017

Perché il teleriscaldamento è una "bufala"?


Domenica 15 ottobre è comparso su un sito di informazione locale un articolo, probabilmente scritto dall'ufficio comunicazione di  #a2a, in cui si decantavano le lodi sperticate del teleriscaldamento. Secondo quanto riportato, bruciare rifiuti per alimentare una rete di teleriscaldamento permette di "sfruttare il calore prodotto dalle fonti rinnovabili" [??] e valorizzare "quella porzione di rifiuti non utilmente riciclabili". 
Senza entrare nel merito di quali siano i rifiuti "non utilmente riciclabili" e della legge di conservazione della massa, argomenti su cui abbiamo speso paginate sui social e sul web, utilizzare rifiuti per alimentare una rete di teleriscaldamento, oltre a generare qualche piccolo problema di emissioni come diossine e metalli pesanti, crea un sistema "malato" in cui le politiche virtuose di riduzione dei rifiuti, avallate dalla stessa Unione Europea, subirebbero un duro colpo. Nel Nord Europa, dove hanno realizzato impianti analoghi negli anni passati, oggi sono costretti a importare rifiuti.
Se il rifiuto diventa un elemento indispensabile per far funzionare poi un sistema di teleriscaldamento, che senso avrebbe per una amministrazione comunale far fare ai propri cittadini la #TariffaPuntuale (per ridurre considerevolmente il volume del secco residuo da incenerire, e fare pagare una tari proporzionale ai rifiuti prodotti?
Anche perché poi, può capitare, come nel caso in questione, che l'azienda che gestisce la Raccolta Differenziata (leggi Aprica) è collegata a doppio filo con l'azienda che gestisce l'incenerimento dei rifiuti per fare teleriscaldamento (leggi a2a), a sua volta partecipata dall'amministrazione comunale stessa. 

A Lecco, per esempio, ne stanno discutendo animatamente da alcuni anni. E sono tanti i dubbi circa l'utilità di un tale sistema, che necessità di considerevoli investimenti per realizzare l'infrastruttura, e crea, appunto, una pericolosa dipendenza con i rifiuti.
Se non dovessero bastare quelli "prodotti in loco", si dovranno importare?
Capiamo che in Italia il cosiddetto "conflitto di interessi" non è più di moda ed è meglio non parlarne, ma magari qualche cittadino un paio di domande potrebbe farsele.
Anche perché poi sentiamo pontificare ogni giorno di "Economia circolare" (giunta, in questi giorni, alla release 4.0) e qualche sorriso (amaro) ci scappa.
Voi che ne dite?

mercoledì 13 settembre 2017

Due parole sulle macchinette mangia-rifiuti



Girano nella rete Internet video come questo sotto dove si vedono all’opera particolari macchinette mangia-rifiuti nelle quali inserire bottiglie di plastica, ottenendo in cambio soldi o buoni per fare la spesa. Queste macchinette mangia-rifiuti (Ecocompattatori) sono molto diffuse in Germania e qualcuno le vorrebbe importare anche in Italia.

In Germania, però, a differenza di quello che succede in Italia, i produttori di imballaggi sono i diretti responsabili della raccolta dei rifiuti. Queste macchinette (Ecocompattatori) sono gestiti dai produttori stessi e i soldi o buoni che rilasciano vanno a compensare il contributo che il cliente ha pagato al momento dell’acquisto del prodotto imballato.
In Italia invece gli oneri della raccolta (e, in senso più ampio, della gestione) dei rifiuti spetta per legge ai Comuni. Comuni che, attraverso i gestori, ottengono i cosiddetti rimborsi Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) a seconda del materiale: COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclaggio ed il Recupero degli Imballaggi in Plastica), COREVE (Consorzio Recupero Vetro), COMIECO (Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica), CIAL (Consorzio Imballaggi Alluminio), RICREA (Consorzio Nazionale Riciclo Imballaggi Acciaio) e RILEGNO (Consorzio Nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi di legno) calcolati sulla base dei materiali restituiti alle piattaforme Conai. In Italia dunque di mezzo, tra il produttore e il cittadino, ci sono prima il Conai e poi il Comune, per legge. Se si vuole fare qualcosa, si deve prima cambiare la legge.
Boltiere qualche mese fa è stato installato un Ecocompattatore in un supermercato piuttosto noto. Bello! Però è un po’ come tirarsi una martellata sui piedi, nel senso che se tanti cittadini di Boltiere portassero il proprio alluminio e la propria plastica (mi sembra faccia lattine e bottiglie), la Servizi Comunali passerebbe in giro per le strade il giovedì a vuoto (anche se il giro degli addetti andrebbe comunque pagato).
Inoltre la Servizi Comunali non avrebbe alluminio e plastica da restituire alla piattaforma Conai che, una volta verificata la pesata, rimborsa il valore di alluminio e plastica al Comune di Boltiere.
Dunque il famoso Ecocompattatore si prende l’alluminio e la plastica belli puliti, se li vende e ci guadagna e ai cittadini di Boltiere resta il dover pagare il giro del giovedì.Qualcuno potrebbe quindi suggerire: “Allora potremmo togliere il giro del giovedì di plastica e alluminio e non pagare più il giro!”
Sì, però non tutti hanno tempo e voglia di andare all’Ecocompattatore e quindi il giro del giovedì non si potrebbe togliere.
Fonte: Meetup della Media Pianura Bergamasca

P.S. L'articolo in questione è stato scritto nel novembre del 2015. Di certo da allora la situazione specifica descritta (soprattutto quella riferita all'ecompattatore di Boltiere) è cambiata.
Resta sicuramente attuale il concetto espresso: se un tale sistema si pone come "alternativa concorrente" perché gestita da una società diversa rispetto al gestore che fa la Raccolta Differenziata in paese, il sistema non regge (e tutto quanto scritto sopra, ahimé, è ancora attuale); se invece, come sta avvenendo in questi ultimi tempi in molti altri paesi (si pensi, per esempio, al comune di Parma) gli ecocompattatori sono gestiti dalla stessa società che poi effettua anche la Raccolta Differenziata, allora le cose cambiano decisamente perché decade la concorrenza e entrambi gli strumenti "remano" nella stessa direzione.

venerdì 19 maggio 2017

Recuperare i rifiuti è un obbligo


Nel dicembre 2014la Corte di Giustizia dell’Ue condannava l’Italia a un’ingente sanzione pecuniaria per inadempimento “di Stato” alle direttive europee sui rifiuti. Più precisamente, il provvedimento era dovuto alla mancata esecuzione, da parte dello stesso Paese, di altra sentenza di condanna della medesima Corte, emessa nel lontano 2007.
Oltre a una somma forfettaria di 40 milioni di euro, i giudici comunitari infliggevano all’Italia una penalità di 42,8 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie a dare piena esecuzione alla sentenza del 2007. In pratica, l’Italia avrebbe continuato a pagare fino a quando fosse continuata la “permanenza in stato di infrazione”. Con la prima sentenza, nel 2007, la Corte aveva dichiarato che l’Italia aveva disatteso, in modo generale e persistente, gli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti stabiliti dalle direttive in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi e discariche di rifiuti. Tra le conclusioni della condanna del 2014, l’Autorità Giudiziaria con sede in Lussemburgo ribadiva che era stato violato dallo Stato italiano, tra gli altri, in modo pervicace, l’obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.
Commentando quel provvedimento giudiziario, che illustrava assai meglio di una moltitudine di trattati il rapporto tra questo Paese e quel settore nevralgico della tutela ambientale che sono i rifiutiil ministro dell’Ambiente (Galletti, lo stesso di oggi) dichiarava: “Andremo in Europa con la forza delle cose fatte, lavorando in stretta collaborazione con le istituzioni Ue, per non pagare nemmeno un euro di quella multa figlia di un vecchio e pericoloso modo di gestire i rifiuti con cui vogliamo una volta per tutte chiudere i conti”. Le parole del sempre autorevole garante dell’ambiente nazionale, neanche a dirlo, hanno trovato granitica conferma nei fatti: fino a poche settimane fa, l’Italia, in esecuzione della sentenza in esame, aveva già pagato il forfait iniziale di 40 milioni e le somme relative ai tre trimestri successivi. Per la modica cifra complessiva di 141 milioni di euro.
Alcuni giorni fa, il ministro dell’Economia, rispondendo a un’interpellanza della deputata Claudia Mannino, ha dichiarato che è stata pagata anche la quarta rata per evidente, ulteriore, “permanenza in stato d’infrazione” dell’Italia: 21,2 milioni di euro per 98 discariche ancora da bonificare. Se ne ricava, con scarse possibilità di smentita, che in questo Paese si continua a violare l’obbligo di smaltire i rifiuti senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.
Nel rapporto Osservasalute 2016, pubblicato di recente, si afferma che: “Tra i numerosi fattori che influenzano la salute umana un ruolo di primo piano è, sicuramente, rivestito dall’ambiente […] I rifiuti rappresentano uno degli indicatori di maggiore pressione, non solo in termini ambientali, ma anche in termini sociali e sanitari”. Ai rifiuti e alla loro relazione con la salute umana, pertanto, il Rapporto dedica la prima parte del capitolo “ambiente”. Ulteriori, interessantissimi dati e riferimenti sul tema nel recente post del dottor Antonio Marfella su questo sito.
Forse, tra queste notizie non c’è alcun nesso. Forse.
Con la legge sugli “ecoreati”, che si accinge a compiere ormai due anni di vita, il 22 prossimo, sono state introdotte nel nostro ordinamento norme che meritano attenzione. Per esempio, da un lato, in chiave sanzionatoria, il reato di omessa bonifica o l’ordine di ripristino dello stato dei luoghi a carico del condannato per uno dei nuovi ecoreati; dall’altro, in funzione premiale, la cospicua attenuante a favore dell’imputato che “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi”.
A prescindere dagli inadempimenti “di governo” agli obblighi comunitari in questa materia, quelle su citate sono norme che potrebbero costituire un tentativo di contrasto alla salubre tendenza che ha visto la carta geografica di questo Paese punteggiarsi di discariche, più o meno abusive, e di contestuali “indizi” di impatti sanitari, per esempio sulla salute dei bambini.
Forse, potrebbe essere utile iniziare ad applicare queste norme su larga scala. Insieme al resto di quella legge.

giovedì 11 maggio 2017

Economia circolare, la best practice di Contarina, un esempio per tutti!



Mentre Roma [ma non solo lei... meglio sarebbe stato dire "gran parte dell'Italia", NdR] è alle prese con la crisi rifiuti, in un costante rimbalzo di responsabilità, c'è un'Italia che crede e approfitta, anche economicamente, delle potenzialità dell'economia circolare. Poco più di tre ore di treno dalla capitale ecco infatti un modello, di valore europeo, nella valorizzazione del bene rifiuto. Porta a porta, differenziata, riciclo. Parole d'ordine declinate a Treviso da Contarina, sistema che vede coinvolti 50 comuni del trevigiano compreso il capoluogo.
Un esempio, che grazie a un'idea di Matteo Favero ha visto sul territorio più riciclone d'Italia arrivare in visita il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti. Obiettivo: conoscere e approfondire le ricette vincenti del sistema Contarina e del Centro di Valorizzazione e Riciclo dei materiali.
Nel territorio servito da Contarina si riesce infatti a riciclare il doppio della media europea, producendo cinque volte meno rifiuti residui: la raccolta differenziata ha, infatti, raggiunto l'85% grazie all'applicazione della tariffa puntuale, tariffa media poco sopra i 100 euro. Il ministro Galletti: "Questa esperienza ci dice che è possibile fare la raccolta porta a porta con una percentuale elevatissima di differenziata, siamo all'85%, avendo una tariffa dei rifiuti più bassa della media nazionale e regionale. Sfatiamo allora il mito che fare la raccolta porta a porta costi di più. Ci dice anche che l'economia circolare conviene, perché il materiale non mandato in discarica [o ad incenerire, NdR], che è un costo, ma rivenduto come materia prima seconda diventa un ricavo. E' l'elemento base dell'economia circolare, avere meno rifiuti conviene non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico".
E' l'affermazione della filosofia dell'economia circolare nella sua massima espressione, come conferma Franco Zanatta, Presidente di Contarina SPA"Considerare il rifiuto non più come una cosa da bruciare o nascondere ma qualcosa che può diventare una risorsa che inserita nel processo produttivo ci rende molto più competitivi come sistema paese".


sabato 6 maggio 2017

Rifiuti: problema o risorsa? Ne parliamo a Dalmine il 26 maggio



ASSOCIAZIONE 5R ZERO SPRECHI E ASSOCIAZIONE LIBERAIDEE
CON IL PATROCINIO DELLA CITTÀ DI DALMINE

PRESENTANO

RIFIUTI: PROBLEMA O RISORSA?

venerdì 26 maggio ore 20,45
Sala consiliare, Piazza libertà 1, DALMINE

INCONTRO-DIBATTITO SUL TEMA DEI RIFIUTI:
ORIENTAMENTI LEGISLATIVI, RISCHI PER LA SALUTE,
MODELLI A CONFRONTO

È opinione diffusa che, a causa della ristrettezza delle materie prime, sia indispensabile prolungare la prospettiva di vita delle cose tramite il riciclo e il riuso. Tuttavia, quando il tema tocca la questione dei rifiuti, anche nella nostra realtà provinciale, gli approcci e le soluzioni proposte, anche da parte delle amministrazioni locali, sono molto diverse tra di loro.
Questo, come ci racconterà Enzo Favoino, nonostante il quadro legislativo europeo ci vincoli a raggiungere entro il 2020 una percentuale di riciclo pari al 65% (proprio in questi mesi si discute in parlamento europeo di alzare l’asticella al 70% entro il 2030)
Come ottenere percentuali sempre più alte di differenziazione? In Provincia alcuni Comuni hanno iniziato ad introdurre la tariffazione puntuale (dove l’importo in bolletta è proporzionale alla quantità di secco residuo conferita), altri utilizzano il sacco prepagato, ma la maggior parte (compresa l’amministrazione del capoluogo che non ha ancora dato seguito a quanto promesso in campagna elettorale) è rimasta sostanzialmente ferma al modello del porta a porta.
Il quadro si complica quando poi ci si sofferma sulla questione delicata dello smaltimento del secco residuo (talvolta purtroppo di fatto “indifferenziato”). Per quanto le opinioni tuttora divergano sugli effetti dell’incenerimento su salute e ambiente (in proposito Marco Caldiroli cercherà di mettere alcuni punti fermi), in generale sembra ovvio che, a fronte di una crescente differenziazione dei rifiuti, viene conseguentemente a mancare la materia prima destinata all’alimentazione dei forni. Per questo il legislatore ha, per così dire, “messo a sistema” gli impianti esistenti, permettendo a questi ultimi di alimentarsi con combustibile di provenienza extra-regionale.
È il caso, ad esempio, della questione dell’approvvigionamento dell’inceneritore REA di Dalmine, che, come riferirà l’Assessore Regionale Claudia Maria Terzi cercando di allargare la prospettiva territoriale, smaltisce rifiuti conferiti da altre parti d’Italia.
Tanti quindi i “temi caldi” sui quali confrontarsi, ci auguriamo, nel massimo rispetto delle diverse opinioni di merito.
Grazie per l’attenzione e la partecipazione.

RIFERIMENTI:
Per “5R ZERO SPRECHI” Giorgio Elitropi tel. 3288869456
Per “A.L.I-ASSOCIAZIONE LIBERAIDEE” Agostino Quarenghi tel. 3288985605


mercoledì 8 marzo 2017

Impariamo sì dal Nord, ma non a bruciare rifiuti!



Gentile direttore,
dopo aver letto l’editoriale di domenica dal titolo “Energie rinnovabili, impariamo dal Nord”, vorremmo fare alcune considerazioni.
Pur condividendo appieno l’accorato appello affinché anche in Italia ci si attivi sempre di più nella produzione di energia da fonti rinnovabili, prendendo appunto esempio da quanto fatto in Svezia, siamo rimasti alquanto basiti nel trovare, accanto all’eolico e al fotovoltaico, i “termovalorizzatori” (sic!) alimentati da rifiuti. La Svezia, dopo la Danimarca, ha il più alto tasso di incenerimento d’Europa, frutto di scelte politiche “miopi” avvenute oltre vent’anni fa, che hanno legato il riscaldamento delle abitazioni all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. E che un domani sempre più vicino, visto anche quanto ci chiede di fare l’Unione Europea in merito alla gestione dei rifiuti, rischierà di lasciare i propri cittadini al freddo. Oggi in Svezia si brucia circa il 50% dei rifiuti urbani, ma se anche si bruciasse il 100%, gli svedesi produrrebbero solo il 4% dell’energia di cui necessitano. Inoltre, occorre considerare anche la bassissima efficienza energetica degli inceneritori, che è circa del 20%, ottimizzata al 23% nel caso di teleriscaldamento, mentre, per fare un esempio, le inquinanti centrali a carbone hanno una efficienza energetica del 40%. Bruciare plastica, prodotta con il petrolio, un derivato dal carbone, per non bruciare carbone: ci sembra una scelta poco "intelligente"...
Ricordiamo anche che gli inceneritori non risolvono assolutamente il problema delle discariche perché circa il 30% di quanto viene bruciato diventa cenere altamente tossica, che deve poi essere stoccata, appunto, in discariche speciali.
Infine, affermare che esistano inceneritori “ad emissioni zero” fa un po’ a botte con il principio di conservazione della massa per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”: incenerire rifiuti produce emissioni in atmosfera di diossine, furani, metalli pesanti, polveri sottili e pcb. Numerose evidenze nella letteratura nazionale ed internazionale documentano incrementi del rischio ambientale legati all'incenerimento industriale dei rifiuti, anche quando questo avviene in impianti di ultima generazione.
Insomma, se viviamo in un ambiente altamente inquinato, forse, non tutte le responsabilità vanno attribuite solo alle automobili e alle stufe a legna.


Associazione 5R Zero Sprechi