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martedì 4 gennaio 2022

L'eredità degli inceneritori...


Un inceneritore rilascia continuamente, anche in piccolissime quantità, 365 giorni all'anno, veleni invisibili che si spargono tutto intorno: nell'aria, nell'acqua, nella terra e nel cibo. E lo fa anche da spento, continuando a provocare malattie e a seminare morte.

Un vero peccato "accorgersene" dopo. Ogni inceneritore (o cementificio che brucia rifiuti) dovrebbe fare una seria analisi epidemiologica. Forse solo toccando con mano i dati si acquisterebbe così una maggior consapevolezza degli enormi danni che queste grandi stufe (finanziate con contributi pubblici per stare in piedi economicamente, tra l'altro...) provocano sulle persone che abitano nei paraggi.
Perché a dirlo solamente, spesso non basta. Perché a volte non basta manco vedere una cometa che ci sta per piombare addosso, figurarsi quando parliamo di pcb, diossine, furani e metalli pesanti che nessuno vede... #DontLookUp #NonBruciamoIlNostroFuturo

sabato 4 settembre 2021

Sicuri che si debbano costruire ancora inceneritori?

Il solito accorato (e, ovviamente, disinteressato...) "grido d'allarme" dell'industria dell'incenerimento che, regolare come i monsoni asiatici, ci ricorda che occorre costruire nuovi #inceneritori (e in pochissimo tempo, per di più) perché la situazione non è più sostenibile... 

Invece di ammettere il fallimento di queste scelte politiche, e cambiare immediatamente rotta, come già hanno capito e stanno facendo in quella parte di Europa citata a modello da seguire (che modello quindi non è più), si continua a ripetere la solita solfa: costruiamo ancora (e in 18 mesi!) degli inceneritori e facciamo sparire tutta la materia bruciata nel nulla, senza alcun tipo di cenere! 😅

A sto punto mi sa che si dovrà provvedere a riscrivere le regole della conservazione della materia e aggiornare tutti i corsi di scienze e fisica, a partire dalla scuola primaria... Ma evidentemente anche a questo provvederà #a2a 

Una alternativa, più salutare e anche più economica per le nostre tasche, tra l'altro, c'è già... Si tratterebbe di diffondere in tutta Italia tutte quelle pratiche virtuose (vedi #StrategiaRifiutiZero) che, dove attuate, riducono la produzione di rifiuti annui a quantità minime (rendendo a pieno regime inutili gli inceneritori) e realizzando altissime le percentuali di raccolta differenziata (oltre l'80%). Di quello è meglio che non se ne parli mai... Meglio aspettare che altri usino la bacchetta magica, facendo soldi a palate sulla nostra pelle tra l'altro...

P. S. for dumnies

1) Chi fa economia circolare NON produce alcun rifiuto. 

2) Bruciare (per produrre energia, acqua calda, eccetera) produce anche ceneri. 

3) Le ceneri (nonostante i mille magheggi per infilarle ovunque) finiscono nelle discariche perché rifiuti. 

4) Chi brucia NON fa economia circolare perché produce rifiuti.


domenica 15 agosto 2021

Ancora sul teleriscaldamento a Bergamo


Tempo fa una mia lettera inviata a L’Eco di Bergamo inerente al progetto del teleriscaldamento che riguarda la città di Bergamo trovò l’immediata risposta dell’ufficio stampa di a2a. La mia controreplica, scopro ora, non trovò più spazio. La ripropongo adesso con parecchio ritardo, sperando però che possa contribuire alla discussione nel merito. 


Gentile direttore, 
in merito alla replica alla mia lettera da parte dell’ufficio stampa di a2a pubblicata mercoledì 4 dicembre, vorrei condividere con i lettori de L'Eco di Bergamo alcune considerazioni finali. Aldilà della questione della resa energetica, la cui percentuale, rispetto a quanto da me scritto, viene aumentata dal 25-26% al 63% grazie al “trucco” del Climate Correction Factor (restando però inferiori a quel 70% richiesto dalla direttiva dell’Unione Europea del 2008), a me basta trovar finalmente ammesso e  scritto, nero su bianco, che un inceneritore produce rifiuti (perché fino a ieri tutto sembrava sparire magicamente nel nulla...). E se produce rifiuti, un inceneritore non ha alcun diritto di stare in un discorso di economia circolare. L’obiettivo dell’economia circolare non è quello di ridurre al minimo il flusso di materiali (dalla culla alla tomba), cioè produrre “solo” un 15% di rifiuti da smaltire in miniere di sale in Germania, ma è quello di generare "metabolismi" ciclici (dalla culla alla culla) che consentano ai materiali di mantenere il loro status di risorse. In tantissimi comuni italiani, con una serie di pratiche virtuose e grazie anche all'adozione della tariffa puntuale, ottenere un 10% di secco residuo è quasi "un gioco da ragazzi".
Certo, oggi esistono ancora prodotti non riciclabili e quindi da destinare all’incenerimento. Ma il futuro, in una prospettiva di vera economia circolare, è quello in cui "niente non è riciclabile”. Occorre pertanto lavorare per realizzare una sinergia tra sistema ecologico e sistema economico: migliorare il design, escludere dalla produzione prodotti non riciclabili e fornire supporto alla merce realizzata con contenuti minimi di riciclato, proprio come ci dice di fare l’Unione Europea.  
Rinnovo quindi ai lettori la mia domanda: perché investire dieci milioni di euro nella direzione opposta a quella in cui sta andando il nostro futuro? 
Per quanto riguarda poi la questione sanitaria, sono “certissimo” che le emissioni siano tutte a norma... vero è anche però che la letteratura medica segnala circa un centinaio di lavori scientifici, a testimonianza dell’interesse che l’argomento riveste: numerosi tra questi hanno confermato la relazione fra sviluppo di alcuni tipi di cancro e la prossimità agli impianti di incenerimento.

Giorgio Elitropi
Associazione 5R Zero

mercoledì 27 maggio 2020

Cementifici usati come inceneritori


Che l’Italia fosse uno strano Paese non lo scopro di certo oggi, ne avevo già avvertito da tempo parecchie avvisaglie. Quanto però accaduto in questi giorni me ne dà un’ulteriore conferma. Già, perché se un mese fa il ministro dell’ambiente ha definito nuove regole per la gestione degli pneumatici fuori uso (estromettendoli di fatto dal divenire CSS) e mentre in commissione ambiente al senato si inizia a lavorare per abolire una legge un po’ sciocchina che prevede di dover utilizzare almeno un 50% di plastica vergine per produrre vaschette e bottiglie (di plastica) per uso alimentare (iniziando finalmente un percorso reale di economia circolare, in cui si utilizza realmente TUTTA la plastica riciclata, dandole così nuova vita...), in regione Lombardia il presidente della commissione rifiuti (che se non ero è pure laureato in ingegneria) elabora una relazione conclusiva in cui, in nome dell’economia circolare e mettendo mano allo sblocca Italia (parole sue), inserisce i cementifici nel circuito dello smaltimento dei rifiuti “non riciclabili” facendogli quindi bruciare, come già avviene a Calusco d’Adda in via sperimentale da una decina d’anni (immettendo nell’ambiente, ogni anno, 25 kg di arsenico e 15 kg di mercurio) proprio quella plastica e quegli pneumatici (tritandoli e mischiandoli per benino e chiamandoli Combustibili Solidi Secondari) che si sta dimostrando essere riciclabili. Io spero che si sappia che i cementifici, impianti altamente pericolosi ma costruiti per produrre cemento (da costruire pertanto lontano dai centri abitativi sin dai tempi del re) hanno limiti di emissioni nove volte superiori a quelli degli inceneritori (costruiti per bruciare rifiuti): se un inceneritore non può emettere, per esempio, più di 200 mg/Nmc di ossidi di Azoto, un cementificio può arrivare sino a 1800 mg/Nmc... Ma magari si vuol cambiare la norma ed equiparare i due impianti imponendo limiti (ovviamente in modo restrittivo) a entrambi. Vedremo.
Aggiungo per ultimo una riflessione personale.Tutti in questi giorni parlano di futuro sostenibile. Qualche giorno fa la Danimarca ha annunciato che vuol eliminare la plastica da bruciare nei propri inceneritori (costruiti per fare teleriscaldamento) non solo per questioni ambientali (ridurranno la CO2), ma soprattutto per una questione economica. Ecco, in Italia invece assistiamo a continue spinte bipolari: da una parte provando ad attivare nuove dinamiche di produzione che tengano conto finalmente delle leggi della fisica (cioè che le nostre risorse sono limitate e che pertanto la materia non va sprecata), incentivando azioni concrete di recupero “al 100%” della materia, senza buttare via nulla, cioè seguendo una reale economia circolare, dall’altra continuando a propinare le vecchie logiche della produzione senza alcun limite, che trova sempre una soluzione ad ogni tipo di rifiuto, spesso trasformando la materia in energia, in barba alle leggi che regolano la materia (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma). Perché tanto, alla fine, da qualche parte, le ceneri tossiche delle sostanze incenerite le si dovranno buttare da qualche parte: se non sarà nelle miniere di sale in Germania (vedi inceneritori) sarà nel cemento con cui costruiremo domani le nostre case, i nostri asili, le nostre scuole, i nostri ospedali, i nostri oratori... E tutto in virtù di un’economia circolare perché “non si butta via niente”...
P.S. per approfondire la questione CSS e cementifici: http://www.zerowasteitaly.org/documen…/barletta/DICIAULA.pdf
#5RZeroSprechi

domenica 23 febbraio 2020

A proposito delle PM10

Egregio direttore, leggo sulle pagine di oggi de L’Eco che, visti i livelli elevati di smog raggiunti in città (abbiamo già sforato i limiti consentiti per 15 giorni sui 35 ammessi in un anno), scatteranno i “consueti” divieti, riguardanti la circolazione di automobili ritenute più inquinanti, la sosta con il motore acceso, l’accensione di caminetti e il mantenimento della temperatura dentro le abitazioni di non oltre i 19 gradi centigradi. Poco sotto, nella stessa  pagina, mi sono imbattuto nell’intervista a Guido Lanzeni di Arpa Lombardia che dichiara, testuale: “Riscontriamo un generale abbassamento delle polveri sottili, questo grazie alle azioni strutturali di contenimento delle emissioni. Se il meteo influenza significativamente il pm10 nel breve periodo, sono le strategie strutturali a mostrare gli effetti nel lungo periodo. Ciò dimostra che tanta strada è stata fatta, ma ne resta ancora da fare". 
Mi domando a quali “strategie strutturate” si faccia riferimento e quale sia la strada sino ad ora percorsa per “combattere” l’inquinamento. Perché io vedo in tale ambito, non solo a livello nazionale e regionale, ma anche a livello locale, tanto “immobilismo” e nessuna scelta coraggiosa: perché non si pensa anche a quanto possa inquinare il nostro aeroporto, in continua espansione? Perché non si dice mai nulla su inceneritori e cementifici (in provincia e nelle immediate vicinanze ne contiamo ben sei) che bruciano plastica (e quindi derivati dal petrolio)?  Anche queste realtà producono notevoli quantità di polveri sottili, ma non se ne parla mai. Per esempio, quanti lettori sanno che, in una sola ora, le emissioni del camino del cementificio di Calusco d’Adda equivalgono a quelle emesse da circa un milione di automobili che percorrono 1 chilometro?

Giorgio Elitropi
Associazione 5R Zero Sprechi

giovedì 27 giugno 2019

"Rifiuti? Basta fare come nel Nord Europa!" La solita balla...



"Dobbiamo fare come i Paesi del Nord che recuperano l'energia bruciando i rifiuti nei termovalorizzatori". Ditemi quando non avete letto o sentito questa frase almeno una volta negli ultimi tempi. Ecco, se però vai a vedere bene la situazione di Danimarca e Svezia (i Paesi portati ad esempio dai paladini della "termovalorizzazione"), ti accorgi che non è proprio tutto rosa e fiori.
Questi Paesi, come dice bene Vignaroli, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, hanno un alto senso civico diffuso tra i cittadini (nessuno si sognerebbe di prendere il proprio sacchetto di rifiuti "indifferenziato" e lasciarlo in un cestino pubblico), fanno bene la raccolta differenziata, hanno laboratori per riparare oggetti rotti, ma... Ma si sono legati mani e piedi ad un sistema, quello del teleriscaldamento, che necessita di materia da bruciare. E allora, senza addentrarci in pruriginosi discorsi sulla salute (leggi diossine, metalli pesanti e nanoparticelle), ti accorgi che questo sistema è come un cane che si morde la coda: da una parte, le direttive europee danno una scala gerarchica su come gestire i rifiuti e dicono chiaramente, nero su bianco, che è economicamente più vantaggioso recuperare e riutilizzare la materia anziché incenerirla, grazie ad un semplice rapporto di resa energetica; dall'altra gli inceneritori hanno bisogno di materia da bruciare e sono costretti ad importarla..
E allora capisci perché Danimarca e Svezia hanno percentuali di raccolta differenziata immobili. Invece la Slovenia, che ha deciso di non fare un inceneritore, lavorando sulla strategia Rifiuti Zero, in brevissimo tempo sta scalando la classifica degli Stati con la più alta percentuale di raccolta differenziata.
Vogliamo guardare a casa nostra? A Treviso non hanno l'inceneritore e fanno la Tariffa Puntuale: 85% di Raccolta Differenziata. A Trieste, hanno l'inceneritore e dei bellissimi cassonetti sparsi per le strade: la Raccolta Differenziata arriva a malapena al 40%. Voi quale modello scegliereste se vi poneste lo scopo di fare un'alta percentuale di Raccolta Differenziata?
Ah, qualche giorno fa ho scritto che per fare un inceneritore "ci vogliono 6 anni". Mi sono sbagliato. Ce ne vogliono dagli 8 ai 10. E a questi, occorre aggiungerne 30, che sono gli anni necessari per ammortizzare i costi di realizzazione (che possono essere anche di 700 milioni se voglio bruciare ogni anno 500 mila tonnellate di rifiuti).
Quante cose si potrebbero fare in questi 30 anni? E quanto fa 700 milioni per ogni provincia che ancora non ha un inceneritore?

Giorgio Elìtropi

giovedì 20 giugno 2019

Il solito ossimoro: economia circolare e inceneritori



Leggiamo su L'Eco di Bergamo "L'Italia vinca il tabù degli inceneritori", vediamo il "fantasmagorico" inceneritore di Copenaghen (quello con la pista da sci sul tetto, Ndr) e decidiamo di continuare a leggere andando oltre il titolo (odiamo gli af)... Magari, ci diciamo, scopriremo qualcosa di nuovo... 

1) Subito notiamo che l’accordo di Parigi, che risale al 2015, non è stato sottoscritto dall'Unione Europea, ma da 196 paesi di tutto il mondo, compresi gli Usa di Obama (che poi con Trump si sono sfilati dagli impegni sottoscritti).
2) Oltre a smettere di incrementare le emissioni di gas serra, gli accordi di Parigi sul clima prevedono altri tre impegni, ossia:
- mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi,
- versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti
- controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove conferenze.
3) Verissimo che "un’adozione sistematica dei principi dell’#economiacircolare potrebbe garantire una parte consistente della riduzione delle emissioni necessarie per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi".

4) Ma fatte queste premesse, perché poi dobbiamo leggere il solito #ossimoro dell'#inceneritore accostato all'economia circolare? Come può essere un modello per l'Italia un sistema che ha 28 inceneritori e meno di 6 milioni di abitanti e che ogni anno importa circa 350 mila tonnellate di rifiuti (da Gran Bretagna e Italia in primis)?
L'azienda che fornisce il sistema di alimentazione del forno di Copenaghen "assicura sulla qualità dell'aria", ma precisa che comunque emetterà monossido di carbonio, ammoniaca, carbonio organico e ossidi di azoto (noi ci aggiungeremmo anche qualche metallo pesante e una spruzzatina di diossina)...
5) Ma lasciando perdere l'aspetto non secondario della salute ("In Italia, purtroppo [sic! 😥] il dibattito sul tema è ancora dominato dall’immagine sinistra dell’inceneritore come seminatore di morte") quali sarebbero i vantaggi dall'incenerire della materia con una resa energetica del 25% circa, quando potrebbe essere avviata a nuova vita e rendere il 100%?
6) Come si fa a continuare ad accostare all'economia circolare un sistema che al termine del suo processo di incenerimento "produce" circa un 30% di ceneri tossiche che devono essere stoccate in apposite discariche, visto che la materia non si distrugge, come insegnava prima della Rivoluzione francese de Lavoisier?
7) Come può essere un modello il sistema dell'incenerimento che si avvale di contributi pubblici (vedi certificati verdi) e che, caso unico al mondo, si fa pagare la materia prima per funzionare (circa 100 € a tonnellata)?
8) Perché dobbiamo continuamente rovesciare le priorità che ci chiede l'Europa di fare? Eppure la direttiva del 2008 (recepita dall'Italia nel 2010) ci dice che dobbiamo prima #Ridurre i rifiuti, poi #Riusare e #Riciclare, quindi #Recuperare la materia e solo infine, prima di conferire in discarica, recuperare energia...
9) Non sarebbe meglio, invece di continuare a perorare questa vecchia tecnologia ormai alle corde, cominciare a parlare un po' più spesso di vera economia circolare e di #rifiutizero?

Magari parlando dei comuni che hanno adottato la #TariffaPuntuale e hanno una percentuale di raccolta differenziata del 90% 😉
P.S. Esistono delle traversine ferroviarie realizzate con materiale plastico e pneumatici (quella roba che a Calusco d'Adda finisce nel forno dell'Italcementi per fare cemento con il nome edulcorato di "combustibili alternativi", nome tecnico "Combustibile Solido Secondario, alias #CSS) e che producono pure energia elettrica...
P.P.S. Con il dovuto rispetto, ma a volte ci sembra di essere dei partigiani che "lottano" contro la propaganda del partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi 😎

venerdì 30 novembre 2018

Siamo certi che i rifiuti debbano necessariamente essere ardenti?


Abbiamo letto su Poputus, giornale per bambini allegato ogni martedì e giovedì a L'Avvenire, nel numero 2115 del 29 novembre 2018, un articolo dedicato alla questione degli inceneritori dal titolo “Rifiuti ardenti”. Premettiamo che il giornalino è scritto molto bene, con un taglio adatto ai ragazzi, usa parole semplici ed è sempre molto attento alla questione ambientale. E anche l’articolo in questione inizia bene: in Italia produciamo mediamente 500 kg a testa all’anno, un’esagerazione. L’ideale, si dice, sarebbe quella di produrne di meno, fare una buona raccolta differenziata e riciclare tutto. Proprio quello che ci dice di fare l’Unione Europea. Ma ecco che, a questo punto, l’articolo smarrisce il filo del discorso e fa nascere il “problema dei problemi”: “Ma i rifiuti che non riusciamo a riciclare? L’unica soluzione resta quella di bruciarli nei termovalorizzatori”. Subito dopo aggiunge: “Ma se la raccolta differenziata migliorerà nel futuro, ne serviranno sempre di meno”. A questo punto, pensavamo che la risposta alla totale inutilità agli inceneritori fosse automatica. Invece l’articolo insiste: non importa, "gli inceneritori resteranno indispensabili, serviranno ancora". E poi, "quelli moderni inquinano poco". La perla finale, poi “l’Italia deve decidere se costruire qualche nuovo impianto oppure se continuare a pagare per far bruciare i rifiuti ad altri”, fa a botte con la logica. Una tale affermazione, infatti non tiene conto del tempo necessario per costruire nuovi inceneritori, mediamente di otto anni. Contraddice poi il concetto di economia circolare di cui tutte le altre pagine di Popotus, anche nei numeri precedenti, sono permeate. Non tiene conto del principio di conservazione della materia che i bambini hanno imparato a scuola, ossia che i rifiuti bruciati non scompaiono: diventano per una piccola parte energia, ma il resto si trasforma in ceneri altamente inquinanti, da conferire in discariche, e in sostanze volatili molto pericolose (diossine e metalli pesanti). E non tiene conto, in ultimo, che un'alternativa agli inceneritori esiste e si può perseguire da subito: la strada è quella di Rifiuti Zero! Proprio in questi giorni, sono stati premiati i comuni ricicloni, comuni i cui abitanti hanno saputo dimostrare che si può produrre ogni anno una ventina di chilogrammi di secco residuo a testa, alla faccia dei “rifiuti che non si possono differenziare”. Diciamole queste cose ai nostri ragazzi se vogliamo provare a cambiare il nostro e, soprattutto, il loro futuro!
Comunque siamo certi che seguirà nei prossimi numeri di Popotus un bel chiarimento a queste "piccole inesattezze" ;-)

domenica 2 luglio 2017

Marcia dei 5 camini a Calusco: 5R Zero Sprechi presente!


Sabato 1° luglio alcuni attivisti della nostra associazione hanno preso parte alla Marcia dei 5 camini, organizzata dal Comitato La Nostra aria  e da Rete Rifiuti Zero Lombardia che da anni si battono per ottenere una analisi epidemiologica "super partes" per valutare il reale impatto inquinante per la salute e l'ambiente circostante, di fronte alla richiesta del cementificio Italcementi di passare, dalle attuali 30 mila tonnellate di CSS (combustibile solido secondario, ossia lastica, gomme e pneumatici) a ben 110 mila tonnelate.
Oltre ai comitati di Calusco, hanno preso parte vari comitati e associazioni, in "rappresentanza" degli incenertori di Valmadrera, Filago, Trezzo sull'Adda e Dalmine, 4 inceneritori più un cementificio che brucianoogni anno, oltre 650 mila tonnellate di riifiuti.
Questo di seguito il nostro breve contributo, letto da Giorgio, alla quarta postazione, quella dell'inceneritore della Rea di Dalmine.




"A Dalmine, l’inceneritore della REA è stato inaugurato nel 2001. Da allora, ogni anno, per 8.200 ore, incenerisce 151.000 tonnellate di rifiuti.
Qualcuno vi avrà detto che gli inceneritori sono “un male necessario” perché altrimenti si dovrebbero riaprire le discariche. Ebbene, a costoro ricordiamo che, ogni anno, l’inceneritore di Dalmine produce ben 35.000 tonnellate di ceneri altamente tossiche, che devono poi essere conferite in discariche speciali.
Qualche giorno fa, è comparso un articolo su un quotidiano locale che, nel descrivere la nostra iniziativa di oggi, ci ha definiti “i comitati del no”. Sicuramente chi è qui oggi condivide l’idea che gli inceneritori, sia quelli veri, come quello di Dalmine, sia quelli camuffati da cementifici, come quello di Calusco, siano pericolosi per la salute e per l’ambiente. Ma noi dell’Associazione 5R Zero Sprechi non vogliamo tediarvi con dati sanitari; sono ormai innumerevoli gli studi condotti da autorevoli medici e scienziati (dall’ISDE a Medicina Democratica) che stabiliscono senza ombra di dubbio la “scarsa salubrità” degli inceneritori, responsabili di rilasciare nell’ambiente diossine, furani, metalli pesanti e pbc.
Il nostro no agli inceneritori non si ferma qui. Esiste un’alternativa reale e concreta all’incenerimento dei rifiuti. Questa alternativa si chiama Rifiuti Zero, una strategia basata su tante piccole buone pratiche che se, attuata da ciascuno di noi, porterebbe ad una riduzione dei rifiuti da portare a incenerimento. E introdurre la Tariffa Puntuale come metodo per fare la raccolta differenziata, come è stato fatto anche qui nella bergamasca in qualche comune, è un sistema infallibile per ridurre i rifiuti. A Boltiere, per esempio, prima dell’introduzione della Tariffa Puntuale ogni cittadino produceva ogni anno circa 180 kg di secco residuo, con una raccolta differenziata del 58%.
Con l’introduzione di un semplice bidoncino dotato di microchip, si è passati così all’82% di Raccolta Differenziata, riducendo inoltre la Tari di oltre 120.000 euro, il 21% in meno dei 580 mila euro preventivati e producendo un terzo del secco che veniva prodotto prima.
Questa riduzione del secco, meno di 60 kg all'anno per abitante, ha avuto come conseguenza l’aumento degli altri materiali, primi tra tutti la plastica e la carta, materiali che sono stati avviati a riciclo e che invece prima, come avviene in quasi tutti i nostri comuni qui vicino, finivano nel secco residuo e quindi in un inceneritore.
Certo, si può fare meglio, ma questo è un importante primo passo. E di piccoli passi verso Rifiuti Zero ce ne sono tanti altri, come quello di utilizzare detersivi alla spina e fare uso delle casette dell’acqua per ridurre la quantità di rifiuti, come realizzare dei centri di riparazione e di riuso per dare nuova vita a tanti oggetti che altrimenti verrebbero buttati via.
Insomma, se vogliamo spegnere gli inceneritori, abbiamo solo una strada da percorrere, quella di Rifiuti Zero!"
Associazione 5R Zero Sprechi

Un grazie, in particolare, a Michele, giunto sino da Brescia per fare "servizio d'ordine", a Elisa, per aver "colorato" e portato a spasso per le vie di Calusco il camino della Rea [permetteteci, decisamente il più bello di tutti ;-) ] e a Tania e Federico per aver allestito e smontato il nostro gazebo.
E ricordate: Non Bruciamo Il Nostro Futuro!


domenica 18 giugno 2017

Il 1° luglio tutti a Calusco alla marcia dei 5 camini


1 luglio a Calusco d'Adda: andiamo alla marcia dei 5 camini
Un noto proverbio dice che “l’unione fa la forza”. E finalmente, per la prima volta, i comitati cittadini e le associazioni dell’Isola Bergamasca, del lecchese e delle aree di Monza Brianza e Milano limitrofe alla sponda del fiume Adda manifesteranno tutti assieme per dire NO all’incenerimento massiccio di rifiuti operato in queste zone.
Sul territorio in questione, infatti, nel raggio di neanche 20 km insistono ben 5 impianti che bruciano rifiuti: 4 inceneritori, di cui uno dedicato ai rifiuti speciali e pericolosi, e 1 cementificio che utilizza i rifiuti come combustibile.
Il totale dei rifiuti bruciati da questi impianti ammonta a circa 625.000 tonnellate /anno. E probabilmente aumenterà, dato che sono pendenti richieste di ampliamento e/o aumento del tonnellaggio utilizzato.
Sabato 1° luglio, al mattino, partirà la Marcia dei 5 Camini: una simpatica camminata per le vie di Calusco d’Adda a scopo ricreativo, ma allo stesso tempo informativo, che passerà attraverso i 5 camini degli impianti sopra menzionati, collocati simbolicamente sul percorso. I partecipanti potranno così conoscere più approfonditamente la realtà locale legata alla gestione e all’incenerimento dei rifiuti, ottenendo una visione di insieme, e potranno confrontarsi su situazioni e problematiche condivise.
L’appuntamento, per adulti e bambini, è alle ore 10 a Calusco d’Adda presso il parcheggio della palestra delle Scuole Medie in Via G. Marconi 915.
Durante il percorso verranno distribuiti, a cura di ogni “Camino” che incontreremo, alcuni gadget; visitati tutti i “Camini” si arriverà quindi in Piazza San Fedele alle ore 12, dove gli organizzatori hanno previsto una breve comunicazione ai partecipanti.
Verrà affrontato anche il tema delle alternative all’attuale sistema di gestione dei rifiuti, con un accenno, ad esempio, alla Tariffazione Puntuale e ai primi passi che alcuni comuni della zona stanno già facendo in questa direzione.
In qualità di cittadini siamo preoccupati per le implicazioni sanitarie (già scientificamente provate) derivanti dalle attività di incenerimento rifiuti, che inquinano non solo l’aria, sempre più irrespirabile, ma anche l’acqua e il suolo. Chiediamo quindi che vengano effettuati accurati accertamenti epidemiologici per verificare lo stato di salute della popolazione e non pregiudicare (magari con ulteriori concessioni) quella delle generazioni che verranno.
Chiediamo anche che le risorse non vengano più sprecate, ma che si pongano le basi per lo sviluppo di quella Economia Circolare, verso cui ci spinge la Commissione Europea, che esorta i Paesi membri ad iniziare a considerare i rifiuti come delle risorse di materia prima, incentivando le pratiche della riduzione, riuso, recupero e riciclo.
La Marcia dei 5 Camini è organizzata dal Comitato la Nostra Aria di Solza e da Rete Rifiuti Zero Lombardia in collaborazione con il Coordinamento Lecchese Rifiuti Zero e l’Associazione 5R Zero Sprechi, i cittadini di Madone e di Grezzago.
L’evento è interamente promosso da comitati cittadini e ha carattere apolitico.


venerdì 5 maggio 2017

La Tarip come alternativa al nostro ciclo dei rifiuti dimostrata dal ‘rumentologo’



Lecco - Un’altra importante occasione per riflettere su uno dei temi scottanti per la nostra provincia – la gestione dello smaltimento dei rifiuti – è stata offerta ieri sera alla Casa sul pozzo dal Coordinamento lecchese rifiuti zero. Focus dell’iniziativa la tariffazione puntuale, spiegata al nutrito pubblico in sala attraverso un esempio concreto: l’esperienza virtuosa di alcuni comuni della provincia di Bergamo, raccontata da Enrico De Tavonatti – direttore generale della società Servizi comunali Spa – e da Roberto Fiorendi, consulente esperto di tarip.
Ad introdurre la serata, per fare il punto sulla situazione nel lecchese, è Gianni Gerosa. L’attivista del coordinamento ha ricordato come la nostra Provincia sia stata la prima, nel 2000, a superare la soglia del 50 per cento di raccolta differenziata, primato che poi il nostro territorio ha perso per attestarsi al 33° posto, dato questo “che non può non essere messo in relazione con il revamping del forno, realizzato tra il 2006 e il 2008, che ha portato la capacità del forno a 123mila tonnellate. A dimostrazione del fatto che un inceneritore troppo grande ti vincola a trovare il combustibile“.
Gerosa ha anche riportato i dati emersi da uno studio che Silea ha commissionato alla Scuola agraria del Parco di Monza: analizzando il nostro sacco trasparente si scopre che di quello che viene mandato al forno il 31 per cento è carta, il 23 plastica, il 16 per cento umido e l’uno è vetro. “Se facessimo una raccolta più selettiva, il nostro forno che oggi brucia 102/3mila tonnellate, di cui 47mila nostre, non avrebbe il combustibile. Noi non siamo qui per dire a tutti i costi ‘No’ al teleriscaldamento, ma a dimostrare che ci sono alternative serie“.
Ad entrare nel dettaglio di queste alternative è Enrico De Tavonatti, che nel raccontare gli ottimi risultati del proprio lavoro nella zona del Lago d’Iseo, si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa. Prima di iniziare il proprio intervento infatti, il numero uno di Servizi comunali spa ha fatto ascoltare ai presenti una registrazione di Mauro Colombo nella quale il presidente del Cda di Silea delegittima l’esperienza della tarip nella Provincia di Bergamo “citando un articolo di giornale che non esiste e dicendo di aver parlato con un sindaco della bergamasca di cui pure non c’è traccia. Mi sono illividito dalla rabbia quando ho sentito queste dichiarazioni e ho deciso di venire proprio qui a Lecco a raccontare il nostro lavoro”.
“La nostra società – spiega De Tavonatti dopo questa premessa – nasce vent’anni fa, quando nel 1995 in Lombardia ci fu una fortissima crisi dei rifiuti. Il costo dello smaltimento si era così alzato, che alcuni prodotti era più costoso smaltirli che comprarli. Nella nostra zona abbiamo deciso allora di fare di necessità virtù, non avendo alternative se non stra-pagare lo smaltimento, abbiamo deciso di sovvertire l’abitudine del conferimento a cassonetto e di mettere in atto una prima forma di economia circolare”.
Da qui è nata l’esperienza della raccolta a porta a porta che si è evoluta fino alla tarip: “La tariffa puntuale è un’invenzione che limiterà le nostre libertà civili, per mettere a disposizione di un grande fratello la nostra spazzatura. Ma funziona, non perché è una tecnologia migliore, bensì perché obbliga ad un’attenzione maggiore. Noi abbiamo immaginato un passo successivo: ad un comune ha raggiunto l’80 per cento di raccolta differenziata, non resta che operare all’interno delle ‘plasticacce’ contaminate che non appariva logico risciacquare e mettere con la plastica. Noi abbiamo progettato un impianto che tratti tutti i derivati della raccolta differenziata a seconda del valore“.
A spiegare da un punto di vista tecnico come funziona la tarip è Roberto Fiorendi: “La tariffa puntuale è il passaggio finale, ormai obbligato, della raccolta porta a porta. La tariffa puntuale è sostenibile ambientalmente ed economicamente. Dal punto di vista ambientale è quasi scontato: non si deve bruciare quello che è possibile recuperare, lo dice una normativa del ’98 e lo ribadisce la normativa europea sull’economia circolare. Sotto il profilo economico ogni comune paga per conferire i rifiuti all’inceneritore, mentre la raccolta differenziata genera un’entrata per i comuni, perché chi li gestisce paga per averli“.
Ma veniamo a degli esempi pratici: a Boltiere e Calcio alla fine del 2014 Servizi comunali Spa ha dato avvio alla sperimentazione della tarip, che oggi vede 22mila persone coinvolte, che diventeranno 30mila a fine luglio e 50mila nei primi mesi del prossimo anno.
“Come abbiamo fatto? Innanzitutto informazione: assemblee pubbliche (per un comune di 4mila abitanti ne abbiamo organizzate più di dieci), abbiamo creato la figura del ‘rumentologo‘, che va a spiegare la tarip (a circoli, scuole, aziende, condomini, Rsa, eventi…), abbiamo realizzato una guida in quattro lingue con tutte le informazioni e abbiamo creato un’applicazione web”. Il principio della tariffazione puntuale è che serve un metodo per capire “chi fa cosa”, ovvero serve capire come ognuno di noi smaltisce i propri rifiuti, “del resto tutti i servizi funzionano così”, commenta il consulente.
“La tarip – spiega Fiorendi – prevede che il bidone del secco sia dotato di microchip, il quale viene rilevato ad ogni passaggio del camion che ritira la spazzatura. Il bidoncino non viene pesato, ogni volta che lo ritirano è considerato pieno e lo pago per pieno. In questo modo non è necessario controllare, se uno fa la raccolta giusta lo mette fuori con una frequenza minore e quindi pagherà meno. Pannolini, pannoloni, assorbenti si mettono a parte, in un sacchetto trasparente e questa spesa si ripartisce tra tutti come contributo di solidarietà, che ammonta ad un euro all’anno”.
Ma come si paga? “La tariffa è divisa in una parte fissa, ciò che non riguarda lo smaltimento dei rifiuti, e una variabile che ha a che fare con la produzione dei rifiuti. Questa parte a sua volta conta due aspetti: una parte della tariffa si basa sul numero dei componenti della famiglia e l’altra sulla frequenza con cui viene svuotato il bidone”.
Vediamo i risultati di questo lavoro: a Boltiere dal 2014 (ultimo anno senza tarip) al 2016 si è registrata una diminuzione del 69,99 per cento del secco e un aumento del 131 per cento della raccolta differenziata che è arrivata a sfiorare la soglia dell’80 per cento. I chilogrammi di rifiuti prodotti per abitante sono passati da 170 a 72, in particolare il secco è sceso da 112 a 34, di cui un terzo sono pannolini, pannoloni e assorbenti. La stessa cosa è successa a Calcio dove nello stesso arco temporale la raccolta di plastica è aumentata del 131,82 per cento, la carta del 52 e l’umido del 73.
Roberto Fiorendi ha chiuso il proprio intervento con una considerazione che dovremmo tenere presenti tutti, ma in particolare gli 88 sindaci che giovedì prossimo saranno chiamati a votare l’atto di indirizzo sul teleriscaldamento: “Non siamo responsabili di come va il mondo oggi, ma lo siamo di come sarà il mondo domani”.
Fonte. LeccoNews

venerdì 10 marzo 2017

Cosa è l'acqua supercritica?

Che cos’è l’ossidazione tramite acqua supercritica e cos’è l’acqua supercritica? (*)




L’acqua supercritica è, come dice la parola stessa, acqua, ma in un stato fisico particolare, quello supercritico appunto. Tutti conosciamo l’acqua in tre stati fisici: solido sotto forma di ghiaccio, liquido sotto forma di acqua (per esempio la pioggia o l’acqua che scende da qualunque rubinetto di casa) e gassoso sotto forma di vapore acqueo (per esempio i vapori generati da una pentola piena d’acqua che bolle). Lo stato supercritico, invece, è quella particolare condizione che si crea quando l’acqua viene portata alla temperatura di 374 °C e alla pressione di 221 bar. In queste condizioni, o a pressioni e temperature maggiori, lo stato dell’acqua è supercritico.


Allo stato supercritico qualunque composto modifica notevolmente le sue caratteristiche. L’acqua in particolare vede modificare completamente la solubilità dei suoi sali che, in queste condizioni, diventano quasi insolubili e, allo stesso tempo, vede aumentare esponenzialmente la solubilità dei composti organici (composti che contengono carbonio). Quest’ultima caratteristica permette di sciogliere in acqua qualsiasi tipo di composto orga-nico.
Se a questa miscela di composti organici in acqua supercritica viene aggiunto dell’ossigeno, avviene quella che può essere chiamata “Combustione in acqua”; infatti il sistema di ossidazione ad acqua supercritica si basa sulla capacità dell’acqua di utilizzare l’ossigeno libero presente come ossidante di tutti i composti organici, provocando a tutti gli effetti la loro degradazione completa in anidride carbonica e acqua.
Una qualunque reazione chimica che preveda l’ossidazione di un composto organico, cioè la trasformazione chimica del carbonio in anidride carbonica, produce la stessa quantità di energia sia che avvenga in aria sia che avvenga in acqua. Se avviene in acqua, la dissipazione di energia è molto inferiore rispetto a quella in aria, proprio perché l’acqua è in grado di immagazzinare il calore generato dalla reazione come aumento della temperatura o della pressione e, quindi, poterla utilizzare, da un lato per autoalimentare il processo e, nella fase finale, per produrre energia elettrica convogliando l’acqua in turbine a vapore che sfrutteranno l’elevata temperatura e pressione che ha l’acqua in uscita dal processo.
Questa tecnologia presenta un altro grande vantaggio: la reazione di ossidazio-ne-combustione avviene in modo completo grazie, da un lato alla presenza costante di un eccesso di ossigeno sempre presente durante il processo chimico e, dall’altro, alla completa solubilità dei composti organici, come già precedentemente spiegato. Inoltre, la reazione avviene in un lasso di tempo nell’ordine di 30 secondi mentre una combustione tradizionale avviene in un tempo infinitesimamente più breve e, quindi, molto più difficile da controllare. In virtù di tutto questo, durante l’intero processo, non si formano composti organici complessi come IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici), diossine e furani. Non si formano nemmeno ossidi di azoto e di zolfo responsabili della formazione delle nano-polveri, composti che, invece, si formano durante la combustione di composti chimici complessi e tossici come i rifiuti industriali o urbani.
Il sistema ad acqua supercritica nasce molti anni fa dalla necessità della marina militare americana di smaltire i rifiuti delle navi senza dover utilizzare l’incenerimento o lo sversamento in mare, non tanto per un’esigenza ecologica quanto strategica, cioè evitare di essere localizzati dal nemico. Questa esigenza ha così portato alla progettazione ed alla realizzazione di impianti che utilizzano questa tecnologia. Negli anni successivi si è verificato lo sviluppo di nuove applicazioni, come lo smaltimento di armi chimiche o esplosivi non più utilizzabili per le operazioni belliche. In questi ultimi anni, questa tecnologia ormai desegretata ha conosciuto un sempre crescente interesse per l’utilizzo in ambito civile, soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento di composti altamente tossici come i PCB e gli altri composti clorurati. Oggi sul mercato sono presenti diverse aziende che producono ed installano questo tipo di impianti per uso civile. Tra questi possiamo annoverare, tra i più recenti, un impianto che smaltisce rifiuti chimici nel sud della Francia datato 2012 ed un impianto di ossidazione ad acqua supercritica per lo smaltimento di fanghi di depurazione ad Orlando negli Stati Uniti datato 2013.
È stata fatta questa scelta per due motivi importanti:
  • perché rappresenta la soluzione meno inquinante in assoluto rispetto a tutte le altre prese in considerazione;
  • perché il costo di esercizio è il più basso di tutti gli altri proprio grazie al maggior recupero di energia che si ottiene a fine processo.
Questa tecnologia sta riscontrando notevole successo. Tra i Paesi che hanno manifestato maggior interesse ci sono quelli affacciati sul Golfo Persico, in particolare per quanto ri-guarda lo smaltimento della parte residua della distillazione petrolifera. Questo tipo di smaltimento rappresenta un grosso problema e, allo stesso tempo, genera un alto contenuto calorico al suo interno. Questi Paesi stanno valutando l’acquisto di numerosi impianti ad acqua supercritica per poter recuperare più energia possibile da questi scarti e, perché no, senza inquinare. Tutto ciò è possibile poiché, come spiegato precedentemente, l’SCWO è molto più efficiente in termini di recupero energetico rispetto alla combustione tradizionale.



Una soluzione alternativa agli inceneritori per rifiuti speciali e alle discariche di amianto.
Per ulteriori approfondimenti, potete dare un’occhiata a questo progetto universitario, nato dalla collaborazione tra Politecnico di Milano, Università di Genova e SSistemi.

mercoledì 8 marzo 2017

Impariamo sì dal Nord, ma non a bruciare rifiuti!



Gentile direttore,
dopo aver letto l’editoriale di domenica dal titolo “Energie rinnovabili, impariamo dal Nord”, vorremmo fare alcune considerazioni.
Pur condividendo appieno l’accorato appello affinché anche in Italia ci si attivi sempre di più nella produzione di energia da fonti rinnovabili, prendendo appunto esempio da quanto fatto in Svezia, siamo rimasti alquanto basiti nel trovare, accanto all’eolico e al fotovoltaico, i “termovalorizzatori” (sic!) alimentati da rifiuti. La Svezia, dopo la Danimarca, ha il più alto tasso di incenerimento d’Europa, frutto di scelte politiche “miopi” avvenute oltre vent’anni fa, che hanno legato il riscaldamento delle abitazioni all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. E che un domani sempre più vicino, visto anche quanto ci chiede di fare l’Unione Europea in merito alla gestione dei rifiuti, rischierà di lasciare i propri cittadini al freddo. Oggi in Svezia si brucia circa il 50% dei rifiuti urbani, ma se anche si bruciasse il 100%, gli svedesi produrrebbero solo il 4% dell’energia di cui necessitano. Inoltre, occorre considerare anche la bassissima efficienza energetica degli inceneritori, che è circa del 20%, ottimizzata al 23% nel caso di teleriscaldamento, mentre, per fare un esempio, le inquinanti centrali a carbone hanno una efficienza energetica del 40%. Bruciare plastica, prodotta con il petrolio, un derivato dal carbone, per non bruciare carbone: ci sembra una scelta poco "intelligente"...
Ricordiamo anche che gli inceneritori non risolvono assolutamente il problema delle discariche perché circa il 30% di quanto viene bruciato diventa cenere altamente tossica, che deve poi essere stoccata, appunto, in discariche speciali.
Infine, affermare che esistano inceneritori “ad emissioni zero” fa un po’ a botte con il principio di conservazione della massa per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”: incenerire rifiuti produce emissioni in atmosfera di diossine, furani, metalli pesanti, polveri sottili e pcb. Numerose evidenze nella letteratura nazionale ed internazionale documentano incrementi del rischio ambientale legati all'incenerimento industriale dei rifiuti, anche quando questo avviene in impianti di ultima generazione.
Insomma, se viviamo in un ambiente altamente inquinato, forse, non tutte le responsabilità vanno attribuite solo alle automobili e alle stufe a legna.


Associazione 5R Zero Sprechi

martedì 13 dicembre 2016

Sporchi da morire



Questo film-documentario nasce da alcune domande: È vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle micro- e nano-particelle? Quali sono le possibili alternative?
Con queste domande in testa inizia la ricerca online di Carlo Martigli, un viaggio virtuale che diventa reale, video presenti in rete si alternano improvvisamente ad esclusivi reportage realizzati in varie parti del mondo (Italia, Inghilterra, Stati Uniti, Austria).
A questo film-progetto hanno aderito migliaia di persone in tutto il mondo tanto da certificarlo come il film con i titoli di coda più lunghi del mondo i quali saranno presenti, grazie ad un piccolo contatore grafico fin dai primi minuti del film.
Sporchi da morire ci farà riflettere su un problema non solo nostro, ma soprattutto dei nostri figli legato alle invisibili nanoparticelle da molti indicate come il più pericoloso strumento d’inquinamento del presente e del prossimo futuro.