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sabato 26 ottobre 2019

Teleriscaldamento e rifiuti a Bergamo



Ho letto con enorme interesse le due pagine che L’Eco di Bergamo ha dedicato giovedì 24 ottobre al progetto di ampliamento della rete di teleriscaldamento a Bergamo ad opera di a2a e di Rea, con un investimento di oltre dieci milioniDi seguito, alcune considerazioni.Innanzitutto chi sino a ieri a Bergamo parlava di “temo valorizzazione” dei rifiuti utilizzava una terminologia errata. Infatti, per stessa ammissione di Lorenzo Spadoni, amministratore delegato di a2a, leggo che il calore prodotto bruciando rifiuti, durante la notte non “produce” nulla, non essendo richiesto calore nelle abitazioni. Immaginiamo che la stessa cosa valga anche nelle stagioni calde, quando non è necessario accendere alcun calorifero. Quindi per gran parte dell’anno queste enormi stufe, da anni, bruciano rifiuti e basta, senza alcun ritorno in termini di calore o di energia come ci è stato propinando fino a ieri in ogni salsa... E anche quando producono calore, lo fanno con una bassissima resa energetica: 25% ad essere buoni.In un altro articolo, benché si insista nel parlare di “economia circolare”, viene scritto nero su bianco che gli inceneritori, incredibilmente, non fanno sparire tutta la materia che bruciano (viva De Lavoisier, aggiungo…): circa un 25-30% di quanto incenerito resta sulle griglie dell’inceneritore sotto forma di ceneri che devono essere poi stoccate (con costi non da poco) nelle miniere di sale in Germania. Gli inceneritori, quindi, non risolvono alcun”problema dei rifiuti”, ma anch’essi producono rifiuti altamente tossici. Leggo poi, in un altro articolo, che il nuovo assessore all’ambiente di Bergamo “promette” di avviare la tariffa puntuale (uno dei capisaldi della strategia Rifiuti Zero) entro il 2020. Ora, se la memoria non mi inganna, nella precedente campagna elettorale del 2014 (!), l’attuale sindaco Giorgio Gori, spalleggiato in conferenza stampa dall'attuale viceministro all'Economia Antonio Misiani, aveva fatto analoga promessa. Promessa poi rimandata sempre di anno in anno sino all’attuale. Insomma, è da sei anni che “a Bergamo si farà la tariffa puntuale”, ma si continua a rimandare questa attuazione. Spero solo che non si decida di adottarla a partire dalla calende greche… Veniamo ora ai motivi tecnici di cui parla l'assessore Zenoni: non vorrei che fossero della stessa a2a… in effetti se si ha bisogno di un enorme quantitativo di rifiuti per implementare questo progetto di teleriscaldamento, ma allo stesso tempo si avvia un servizio di raccolta differenziata in cui si incentiva la differenziazione dei rifiuti, premiando economicamente i cittadini virtuosi e riducendo il secco residuo del “sacco nero”, qualche problema potrebbe insorgere. I paesi scandinavi che hanno investito negli anni Ottanta/Novanta enormi quantità di denaro pubblico per creare una rete di teleriscaldamento (portati spesso ad esempio anche sulle pagine de L'Eco di Bergamo) infatti, in questi anni stanno affrontando un’enorme crisi: non hanno più rifiuti da bruciare! L’Europa, infatti, a differenza di quanto dice in un altro articolo Marco Sperandio presidente di Rea Dalmine, ci chiede di ridurre i rifiuti, riciclarli e recuperare materia, non certo di incenerirli. Anzi, proprio nell’ultimo pacchetto sull’economia circolare si chiede ai paesi membri di smetterla di incentivare gli inceneritori (vedi certificati verdi, gli ex cip6, presenti ancora nella nostra bolletta energetica). Già perché, che ci crediate o no, l’industria degli inceneritori è l’unica al mondo che si fa pagare la materia prima per funzionare: circa 100 € per ogni tonnellata di rifiuti inceneriti “per produrre calore”.Da ultimo merita di essere sottolineato l’aspetto sanitario, nonostante le sperticate rassicurazioni che “tutto va bene e tutto è a norma”. Se il forno funziona a temperature oltre gli 800 gradi centigradi, h24, infatti, non si formano le diossine, ma mi pongo qualche domanda sulle nanoparticelle (particelle più piccole delle Pm 2,5) che un recente studio canadese ha stabilito con assoluta certezza essere causa di tumori. Resta poi da spiegare come si facciano a cambiare i filtri che “fermano tutte le altre polveri” (perché ogni filtro prima a poi si riempie e va sostituito…). In questi momenti si dovrà pur spegnere il forno, le temperature si abbasseranno, con conseguente produzione di diossine (e in questo caso non c’è filtro che possa fermarle..). Insomma, prima di permettere un investimento così cospicuo (parliamo di oltre dieci milioni) sarebbe auspicabile, per fugare ogni dubbio, una bella indagine epidemiologica (con metodo Crosignani). Purtroppo non ho ancora visto un’amministrazione farne eseguire una (magari ad un ente autonomo, e non all’azienda che gestisce l’inceneritore, come invece si è soliti fare in Italia).Dopo aver tirato le somme, direi che dieci milioni potrebbero essere spesi in modo diverso, magari proprio in quei “pannelli fotovoltaici” citati come unità di misura.

mercoledì 8 marzo 2017

Impariamo sì dal Nord, ma non a bruciare rifiuti!



Gentile direttore,
dopo aver letto l’editoriale di domenica dal titolo “Energie rinnovabili, impariamo dal Nord”, vorremmo fare alcune considerazioni.
Pur condividendo appieno l’accorato appello affinché anche in Italia ci si attivi sempre di più nella produzione di energia da fonti rinnovabili, prendendo appunto esempio da quanto fatto in Svezia, siamo rimasti alquanto basiti nel trovare, accanto all’eolico e al fotovoltaico, i “termovalorizzatori” (sic!) alimentati da rifiuti. La Svezia, dopo la Danimarca, ha il più alto tasso di incenerimento d’Europa, frutto di scelte politiche “miopi” avvenute oltre vent’anni fa, che hanno legato il riscaldamento delle abitazioni all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. E che un domani sempre più vicino, visto anche quanto ci chiede di fare l’Unione Europea in merito alla gestione dei rifiuti, rischierà di lasciare i propri cittadini al freddo. Oggi in Svezia si brucia circa il 50% dei rifiuti urbani, ma se anche si bruciasse il 100%, gli svedesi produrrebbero solo il 4% dell’energia di cui necessitano. Inoltre, occorre considerare anche la bassissima efficienza energetica degli inceneritori, che è circa del 20%, ottimizzata al 23% nel caso di teleriscaldamento, mentre, per fare un esempio, le inquinanti centrali a carbone hanno una efficienza energetica del 40%. Bruciare plastica, prodotta con il petrolio, un derivato dal carbone, per non bruciare carbone: ci sembra una scelta poco "intelligente"...
Ricordiamo anche che gli inceneritori non risolvono assolutamente il problema delle discariche perché circa il 30% di quanto viene bruciato diventa cenere altamente tossica, che deve poi essere stoccata, appunto, in discariche speciali.
Infine, affermare che esistano inceneritori “ad emissioni zero” fa un po’ a botte con il principio di conservazione della massa per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”: incenerire rifiuti produce emissioni in atmosfera di diossine, furani, metalli pesanti, polveri sottili e pcb. Numerose evidenze nella letteratura nazionale ed internazionale documentano incrementi del rischio ambientale legati all'incenerimento industriale dei rifiuti, anche quando questo avviene in impianti di ultima generazione.
Insomma, se viviamo in un ambiente altamente inquinato, forse, non tutte le responsabilità vanno attribuite solo alle automobili e alle stufe a legna.


Associazione 5R Zero Sprechi