lunedì 22 maggio 2017

Campagna elettorale 2017: adottate la Strategia Rifiuti Zero!

Come Associazione 5R Zero Sprechi non possiamo che sottoscrivere interamente questo appello lanciato in questi giorni dalla rete Rifiuti Zero Lombardia affinché le varie liste che si presenteranno alla competizione elettorale che si terrà nei prossimi mesi sottoscrivano, impegnandosi poi a realizzare, la Strategia Rifiuti Zero.


CAMPAGNA ELETTORALE 2017
ADOZIONE STRATEGIA RIFIUTI ZERO

Appello alle liste politiche per l’adozione della strategia Rifiuti Zero

I rifiuti rappresentano un problema ambientale, sociale ed economico della massima urgenza.
L’aumento dei consumi generano grandi quantità di rifiuti che devono essere gestiti e governati in una logica di massima sostenibilità ambientale ed economica a vantaggio dei cittadini-utenti.
Gli attuali sistemi di gestione integrata dei rifiuti sono poco efficienti e il loro costo è un ulteriore aggravio per i cittadini-contribuenti. Nel confronto europeo il nostro Paese è uno dei meno virtuosi quanto a capacità di raccolta differenziata.

Nel 2014 in Italia si sono prodotte quasi 30 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani,circa 500 kg pro capite per abitante residente (ISPRA Rapporto Rifiuti Urbani Edizione 2016).  Il 34% dei rifiuti prodotti viene ancora smaltito in discarica, rispetto a una media europea che si aggira intorno al 28% contro lo 0,6% della Svezia, l’1% del Belgio, l’1,3% della Danimarca, l’1,4% della Germania e dell’Olanda. A questo si aggiunge il problema dei rifiuti speciali (pericolosi e non) che in Italia sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani.

Nel settore del riciclo il nostro Paese con il 42% si colloca sotto la media europea (44%) contro il 64% della Germania, il 56% dell’Austria al 56%, il 55% del Belgio, il 51% dei Paesi Bassi, il 47% del Lussemburgo, il 44% della Danimarca e del Regno Unito. Ma quelli che definiamo comunemente rifiuti sono di fatto una miniera di risorse materiali da reimpiegare nei cicli produttivi e di consumo. Occorre quindi invertire la tendenza in atto e investire sulla prevenzione dei rifiuti e su modelli e attività di economia circolare, la vera innovazione economica, sociale ed ambientale su cui puntare da subito per il futuro. Sprechi e scarti devono essere ridotti, recuperati, riusati e riciclati. Chi inquina paga. Lo spreco di beni, materiali e risorse deve essere penalizzato premiando e favorendo azioni (sia pubbliche che private) che generano meno rifiuti, recuperano materia, producono e distribuiscono beni più sostenibili in modo responsabile. Quanti più materiali si riescono a recuperare dagli scarti e dai rifiuti tanto più si liberano risorse anche sociali per una crescita esponenziale dell’economia e la green economy trae vantaggi competitivi e si incrementa.

Nel giugno 2014, a seguito di un percorso virtuoso di Valutazione Ambientale Strategica, Regione Lombardia ha approvato il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR). Questa pubblicazione è stata realizzata con lo scopo di illustrare ai cittadini, con un linguaggio semplice, il modo in cui Regione Lombardia governa il complesso mondo dei rifiuti e quanta importanza abbiano i comportamenti di ciascuno di noi su una gestione sostenibile dei rifiuti. I principali obiettivi sono:
●      In coerenza con il primo principio della gerarchia europea (prevenzione) il Piano si pone come obiettivo, entro il 2020, il contenimento della produzione procapite di rifiuti urbani mediante il disaccoppiamento dalla spesa per consumi delle famiglie, indicatore che riguarda gli acquisti per beni e servizi effettuati dai soli cittadini. Entro il 2020 si prevede che ogni abitante produca 455 kg/anno di rifiuti urbani (nel 2013 la produzione procapite è stata di 461,2 kg).
●      Diffusione della tariffa puntuale: la Regione si pone l’obiettivo di raggiungere entro il 2015 almeno il 10% dei Comuni e, entro il 2020, almeno il 20%.
●      La Regione intende raggiungere il 67% di raccolta differenziata a livello regionale al 2020 e il 65% a livello di singolo Comune.
●      La Regione intende estendere nell’80% dei Comuni entro il 2020 un “modello omogeneo” di raccolta almeno per le frazioni principali (RUR, FORSU, carta, vetro, plastica).
●      La raccolta della FORSU (Frazione organica del rifiuto solido urbano), il cui contributo è fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo generale di incremento della percentuale di raccolta differenziata, deve essere effettuata in tutti i Comuni della Lombardia entro il 2020: obiettivo del PRGR è il raggiungimento di 60kg/abitante per anno di FORSU raccolta a questa data.

Per queste ragioni la Rete Rifiuti Zero Lombardia si appella alle liste politiche in campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative dell’11 Giugno 2017 affinché adottino nei propri programmi impegni concreti sull’adozione della strategia RIFIUTI ZERO sintetizzata nei 10 passi di seguito elencati:

1. Separazione alla fonte: organizzare la raccolta differenziata. La gestione dei rifiuti non e’ un problema tecnologico, ma organizzativo, dove il valore aggiunto non e’ quindi la tecnologia, ma il coinvolgimento della comunità chiamata a collaborare in un passaggio chiave per attuare la sostenibilità ambientale.
2. Raccolta differenziata porta a porta: organizzare una raccolta differenziata “porta a porta”, che appare l’unico sistema efficace di raccolta differenziata in grado di raggiungere in poco tempo e su larga scala quote percentuali superiori al 70%. Quattro contenitori per organico, carta, multi materiale e residuo, il cui ritiro e’ previsto secondo un calendario settimanale prestabilito.
3. Compostaggio: realizzazione di un impianto di compostaggio da prevedere prevalentemente in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori.
4. Riciclo: realizzazione di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al reinserimento nella filiera produttiva.
5. Iniziative di riduzione dei rifiuti: diffusione del compostaggio domestico, sostituzione delle stoviglie e bottiglie in plastica, utilizzo dell’acqua del rubinetto (più sana e controllata di quella in bottiglia), utilizzo dei pannolini lavabili, acquisto alla spina di latte, bevande, detergenti, prodotti alimentari, sostituzione degli shoppers in plastica con sporte riutilizzabili.
6. Riuso e riparazione: realizzazione di centri per la riparazione, il riuso e la decostruzione degli edifici, in cui beni durevoli, mobili, vestiti, infissi, sanitari, elettrodomestici, vengono riparati, riutilizzati e venduti. Questa tipologia di materiali, che costituisce circa il 3% del totale degli scarti, riveste però un grande valore economico, che può arricchire le imprese locali, con un’ottima resa occupazionale.
7. Incentivi economici: introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti piu’ consapevoli.
8. Recupero dei rifiuti: realizzazione di un impianto di recupero e selezione dei rifiuti, in modo da recuperare altri materiali riciclabili sfuggiti alla raccolta differenziata, impedire che rifiuti tossici possano essere inviati nella discarica pubblica transitoria e stabilizzare la frazione organica residua.
9. Centro di ricerca e riprogettazione: chiusura del ciclo e analisi del residuo a valle della raccolta differenziata, recupero, riutilizzo, riparazione, riciclaggio, finalizzata alla riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili, e alla fornitura di un feedback alle imprese (realizzando la Responsabilità Estesa del Produttore) e alla promozione di buone pratiche di acquisto, produzione e consumo.
10. Azzeramento rifiuti: programmare obiettivi di minimizzazione progressiva del rifiuto indifferenziato (RUR) per avvicinarsi all’obiettivo finale di rifiuti zero, dove i rifiuti prodotti siano quasi tutti quelli riciclabili o riutilizzabili. In questo modo Rifiuti Zero, innescato dal “trampolino” del porta a porta, diviene a sua volta “trampolino” per un vasto percorso di sostenibilità, che in modo concreto ci permette di mettere a segno scelte a difesa del pianeta.
La strategia Rifiuti Zero è stata adottata (a tutto Aprile 2017) da 242 Comuni Italiani per un totale di 5.297.868 abitanti.
Una crescita culturale e politica lenta ma ormai “inesorabile” e fortunatamente inarrestabile viste le grandi problematiche ambientali, sociali ed economiche che la gestione inefficiente dei rifiuti produce.
Inoltre, la recente presa di posizione dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) a favore della strategia Rifiuti Zero è un segnale eloquente del percorso obbligato che le amministrazioni locali dovranno intraprendere per consentire al nostro Paese di recuperare posizioni qualificate a livello europeo e riposizionare la nostra economia verso nuovi modelli virtuosi ed eco-sostenibili.
E’ infatti risaputo che la conversione verso pratiche di economia circolare siano un volano significativo per favorire e incentivare l’occupazione, generare nuove forme di socialità e solidarietà, recuperare e reimpiegare risorse materiali rinnovabili.
La Rete Rifiuti Zero Lombardia auspica che i nuovi amministratori locali che governeranno i prossimi 5 anni possano compiere scelte condivise di pratiche virtuose a vantaggio di tutta la popolazione dei propri comuni nella gestione dei rifiuti urbani sia di origine domestica sia produttiva così da poter raggiungere gli obiettivi della Legge Regionale.
La Rete Rifiuti Zero Lombardia rinnova pertanto l’invito (già precedentemente indicato) alle liste politiche in campagna elettorale di adottare nei propri programmi elettorali la predetta strategia Rifiuti Zero.
La Rete Rifiuti Zero Lombardia si dichiara fin d’ora disponibile a collaborare con qualsiasi lista elettorale per meglio definire e precisare le proposte politiche di riduzione dei rifiuti e in seguito all’esito elettorale a collaborare con le nuove amministrazioni comunali.

Per ogni ulteriore informazione e contatto con la Rete Rifiuti Zero Lombardia vi invitiamo a scrivere alla nostra e-mail rifiutizerolombardia@gmail.com o su Facebook

venerdì 19 maggio 2017

Recuperare i rifiuti è un obbligo


Nel dicembre 2014, la Corte di Giustizia dell’Ue condannava l’Italia a un’ingente sanzione pecuniaria per inadempimento “di Stato” alle direttive europee sui rifiuti. Più precisamente, il provvedimento era dovuto alla mancata esecuzione, da parte dello stesso Paese, di altra sentenza di condanna della medesima Corte, emessa nel lontano 2007.
Oltre a una somma forfettaria di 40 milioni di euro, i giudici comunitari infliggevano all’Italia una penalità di 42,8 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie a dare piena esecuzione alla sentenza del 2007. In pratica, l’Italia avrebbe continuato a pagare fino a quando fosse continuata la “permanenza in stato di infrazione”. Con la prima sentenza, nel 2007, la Corte aveva dichiarato che l’Italia aveva disatteso, in modo generale e persistente, gli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti stabiliti dalle direttive in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi e discariche di rifiuti. Tra le conclusioni della condanna del 2014, l’Autorità Giudiziaria con sede in Lussemburgo ribadiva che era stato violato dallo Stato italiano, tra gli altri, in modo pervicace, l’obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.
Commentando quel provvedimento giudiziario, che illustrava assai meglio di una moltitudine di trattati il rapporto tra questo Paese e quel settore nevralgico della tutela ambientale che sono i rifiuti, il ministro dell’Ambiente (Galletti, lo stesso di oggi) dichiarava: “Andremo in Europa con la forza delle cose fatte, lavorando in stretta collaborazione con le istituzioni Ue, per non pagare nemmeno un euro di quella multa figlia di un vecchio e pericoloso modo di gestire i rifiuti con cui vogliamo una volta per tutte chiudere i conti”. Le parole del sempre autorevole garante dell’ambiente nazionale, neanche a dirlo, hanno trovato granitica conferma nei fatti: fino a poche settimane fa, l’Italia, in esecuzione della sentenza in esame, aveva già pagato il forfait iniziale di 40 milioni e le somme relative ai tre trimestri successivi. Per la modica cifra complessiva di 141 milioni di euro.
Alcuni giorni fa, il ministro dell’Economia, rispondendo a un’interpellanza della deputata Claudia Mannino, ha dichiarato che è stata pagata anche la quarta rata per evidente, ulteriore, “permanenza in stato d’infrazione” dell’Italia: 21,2 milioni di euro per 98 discariche ancora da bonificare. Se ne ricava, con scarse possibilità di smentita, che in questo Paese si continua a violare l’obbligo di smaltire i rifiuti senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.
Nel rapporto Osservasalute 2016, pubblicato di recente, si afferma che: “Tra i numerosi fattori che influenzano la salute umana un ruolo di primo piano è, sicuramente, rivestito dall’ambiente […] I rifiuti rappresentano uno degli indicatori di maggiore pressione, non solo in termini ambientali, ma anche in termini sociali e sanitari”. Ai rifiuti e alla loro relazione con la salute umana, pertanto, il Rapporto dedica la prima parte del capitolo “ambiente”. Ulteriori, interessantissimi dati e riferimenti sul tema nel recente post del dottor Antonio Marfella su questo sito.
Forse, tra queste notizie non c’è alcun nesso. Forse.
Con la legge sugli “ecoreati”, che si accinge a compiere ormai due anni di vita, il 22 prossimo, sono state introdotte nel nostro ordinamento norme che meritano attenzione. Per esempio, da un lato, in chiave sanzionatoria, il reato di omessa bonifica o l’ordine di ripristino dello stato dei luoghi a carico del condannato per uno dei nuovi ecoreati; dall’altro, in funzione premiale, la cospicua attenuante a favore dell’imputato che “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi”.
A prescindere dagli inadempimenti “di governo” agli obblighi comunitari in questa materia, quelle su citate sono norme che potrebbero costituire un tentativo di contrasto alla salubre tendenza che ha visto la carta geografica di questo Paese punteggiarsi di discariche, più o meno abusive, e di contestuali “indizi” di impatti sanitari, per esempio sulla salute dei bambini.
Forse, potrebbe essere utile iniziare ad applicare queste norme su larga scala. Insieme al resto di quella legge.

venerdì 12 maggio 2017

Inceneritore a Brescia: serve un'analisi seria!



Abbiamo letto con particolare interesse l’articolo comparso sia sulle pagine del Corriere della Sera sia sulle pagine di Brescia Oggi in cui l’assessore Fondra esponeva i dati raccolti dall’Osservatorio comunale sull’inceneritore. In merito a quanto appreso, vorremo dare una nostra chiave di lettura sui risultati emersi.

Le emissioni di qualunque inceneritore o altro impianto emissivo industriale non devono mai superare i limiti imposti nell’AIA, pena una potenziale indagine della magistratura con tanto di sospensione dell’attività. Pertanto è da ritenere scontato che l’inceneritore non abbia mai sforato i limiti previsti.
Decisamente poco chiaro, invece, il discorso legato al controllo dei conferimenti: qualunque rifiuto deve avere, per legge, un specifico codice CER, pena il non poter essere trasportato. L’inceneritore di Brescia può quindi bruciare solamente i rifiuti con i codici CER per i quali ha l’autorizzazione e nell’inceneritore entrano solo i mezzi che trasportano quei rifiuti.
In cosa consisterebbero quindi questi “maggior controlli”? Sono forse di tipo documentale? O forse svolti mediante analisi di laboratorio? I primi siamo certi che già vengano eseguiti; sui secondi abbiamo qualche perplessità perché di difficile gestione: i rifiuti quasi sempre sono disomogenei, sia per composizione sia per forma, e quindi prelevare e analizzare un campione di materiale su un carico ha effettivamente poco senso. Fermo restando che trasportare rifiuti con un codice CER diverso da quello previsto è un reato perseguito dalla legge.
Per quanto riguarda i dati delle emissioni, ne mancano all’appello almeno due, entrambe molto importanti: le emissioni di ossidi di zolfo (SOx) e la quantità per tipologia delle polveri emesse dall’inceneritore stesso (ci riferiamo a cromo, piombo, arsenico, mercurio, IPA, ecc.). Le polveri non sono tutte uguali e alcune sono più pericolose di altre per la salute dell’uomo. Un conto è inalare la sabbia di una spiaggia battuta dal vento, un conto è inalare la stessa quantità di arsenico o di diossine.
Ad avvalorare quanto affermiamo ricordiamo due casi specifici di anomalie dello SME, il Sistema di Monitoraggio in continuo delle Emissioni.
Il primo riguarda l’inceneritore di Cremona: per alcuni giorni, nonostante la concentrazione delle polveri emesse fosse superiore ai limiti consentiti (limite massimo 10 mg/Nmc) lo SME non rilevava alcun superamento, indicando infatti una concentrazione di polveri dei fumi significativamente inferiore ai 10 mg/Nmc.
Il secondo invece si riferisce all’inceneritore di Filago (BG) dove, a fronte di una concentrazione di SOx di 5 mg/Nmc, lo SME rilevava un valore compreso tra 0 e 0,1 mg/Nmc.

Riteniamo pertanto necessario avviare quanto prima una campagna di monitoraggio delle emissioni dell’inceneritore della durata di almeno 6 mesi ad opera di ARPA tramite analizzatore isocinetico, posizionato direttamente sul camino in modo da avere una visione più precisa e completa su cosa indica lo SME e cosa esce effettivamente dall’inceneritore. Di contro, pensiamo che la sola taratura dello strumento (SME) non sia assolutamente sufficiente in quanto, nei due casi sopra descritti, entrambe gli SME hanno avuto tutta la manutenzione e taratura prevista dalla legge.
Vista la non facile situazione ambientale in cui versa la città di Brescia e l’hinterland (il problema Caffaro è il più evidente), sarebbe necessario attivarsi per svolgere quanto prima una valutazione sull’impatto che le emissioni hanno sulla salute dei cittadini.
A tal riguardo, consigliamo vivamente un’analisi epidemiologica o, meglio ancora, uno studio più ampio sull’impatto che l’inquinamento, atmosferico e non, ha sulla salute della popolazione. Per quest’ultima proposta portiamo ad esempio il metodo NATA (National Air Toxic Assessment) utilizzato dall’EPA, l’Ente americano per protezione dell’ambiente, per valutare l’impatto che hanno tutte le emissioni (non solo quelle degli inceneritori) sulla salute dei cittadini.
Potrebbe essere l’inizio di un percorso “scientifico e trasparente” che permetta di trovare abbastanza velocemente le giuste soluzioni ai problemi ambientali che affliggono la nostra provincia (e non solo quella) ormai da tanti anni.
Perché la salute dei cittadini non può più aspettare.

Associazione 5R Zero Sprechi